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Noto “tutta rovinata”

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Dicembre 28, 2021
Palazzo Cappellani
Gennaio 28, 2022
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P. de Wint, veduta di Noto, 1823

9 e 11 gennaio 1693

Noto "tutta rovinata"

 
"Settecentesca Atlantide o Fata Morgana…lentamente si innalza di fra gli ulivi fitti e i mandorli… pronta a richiudersi sull’apparizione dorata, ma d’un oro tenero e rosa come il miele". Queste parole di Cesare Brandi, che definì Noto giardino di pietra, colgono la magia dell’ambiente urbano, legata alla forma architettonica non meno che al suo singolare colore dorato, capace di mutare in sfumature diverse nelle varie ore del giorno. L’impiego soprattutto a Noto, e nelle altre città degli Iblei, del calcare dal caldo color del miele, sia come pietra da costruzione che da intaglio, è una prassi costante nel cantiere barocco dell’età della ricostruzione dopo il terremoto del 1693. Dal padre Alessandro Burgos, tra i testimoni di quell’evento, Noto è descritta "tutta rovinata senza rimanenti pietra sopra pietra". Proprio da quel terribile sisma del 9 e 11 gennaio, esattamente 329 anni fa, è sbocciata Noto come "una rosa d’inverno", un capolavoro d’architettura.
 
Esiste un barocco autenticamente siciliano, oggi possiamo dirlo, così come esiste un barocco autenticamente meridionale, definizione che non discrimina, come accadeva ancora nel Novecento, quella cultura sinonimo di provincialismo. All’interno della koinè culturale meridionale, nella quale bisogna includere la grecità e gli intrecci di nuovi linguaggi che accolgono etimi più antichi, il Val di Noto costituisce un’area fortemente caratterizzata dal barocco, di cui Noto è un modello esemplare. Sembra passato molto tempo perfino da alcuni scritti di Giulio Carlo Argan che nella sua Storia dell’arte italiana scriveva: "in Sicilia predomina, nel tardo Seicento e nel Settecento, un fasto architettonico tanto più appariscente quanto più provinciale e privo di una radice culturale profonda", insomma esuberante e festoso, di accento vernacolo e popolaresco, accomunato al barocco leccese. Ma sempre Argan aveva poi scritto nel 1958, nell’introduzione al volume sull’architettura religiosa di Francesco Minissi, una delle pagine più belle sul barocco siciliano e sul suo sforzo moderno: "di quest’architettura siciliana, e della visione urbanistica che le è collegata, si conoscono le occasioni esterne: a cominciare dal terremoto che determinò l’occasione di ricostruzioni rapide e pressoché totali. Ma al di là c’è la volontà di rinnovare la struttura e l’assetto dei centri urbani. Il barocco siciliano è indubbiamente la testimonianza di uno sforzo moderno: il più grandioso e il più audace, forse, che la Sicilia abbia mai prodotto".
Noto Antica prima del terremoto
G. Formenti, mappa di Noto, 1699
 
Per tutti oggi Noto è uno dei più importanti centri del Settecento europeo, città barocca per eccellenza, perché fondata ex novo nel segno di una unitaria concezione urbana, con omogeneità di tempi e di modelli, come solo poche città d’Europa, ad esempio San Pietroburgo, possono vantarsi di essere. Grazie all’opera di architetti come Rosario Gagliardi, Vincenzo Sinatra e Labisi, partecipa al movimento internazionale del barocco con una grande forza creativa e un fortissimo senso dello spazio.
La città attuale è il risultato dell’integrale ricostruzione in un sito diverso dall’originaria città distrutta dal terremoto del 1693 e abbandonata dopo il dibattito che divise per oltre dieci anni gli abitanti. La scelta di riedificare nel nuovo sito del Meti è attribuita a Giuseppe Lanza Duca di Camastra, vicario generale della ricostruzione in Val di Noto, in realtà mediatore tra le fazioni della popolazione, che si avvalse della collaborazione tecnica di alcuni esperti. Sulla scelta del Meti influirono una serie di ragioni, non ultime quelle di carattere economico, insieme a criteri di maggiore sicurezza individuati in un sito meno impervio e più accessibile alle vie di comunicazione. La memoria del sisma ne segnò la scelta e gli studi più recenti lo hanno dimostrato rivelando gli accorgimenti antisismici adottati. La ricostruzione è sostenuta dagli investimenti dell’aristocrazia progressista e dal clero, il cui braccio tecnico è costituito dagli architetti, affiancati da schiere di validissime maestranze artigiane, capaci di grande espressività architettonica e decorativa. Questi maestri, dotati di notevole perizia tecnica ed esperti nell'intaglio della pietra, si affermano spesso con una creatività autonoma, favorita da una committenza disposta a promuoverli nel ruolo di progettisti.
Ph. credits Luigi Nifosì
 
L’impianto urbano è imperniato su due livelli di grande valenza scenografica: il pendio e la parte alta sulla collina (Pianazzo). Al pendio e piano basso corrisponde la superba Noto monumentale, il cui disegno urbano è del grande architetto gesuita Angelo Italia, autore dei piani di Avola e Lentini, distrutte anch’esse dal terremoto. I numerosi edifici nobiliari e i complessi religiosi iniziano a collocarsi in quest’area quasi immediatamente dopo il terremoto tramite baracche, dando origine nel corso del Settecento alla spettacolare scenografia barocca, che fa di Noto una città teatro, un monumento urbano.
La congiunzione dei poteri, tipica della società del tempo, si impone nell’area Majoris Ecclesiae (oggi piazza del Municipio) dove la Cattedrale e l’antica Casa di Città (Palazzo Ducezio) si trovano una di fronte all’altro, perfettamente in asse. Dal loro dialogo a distanza ha avuto origine una delle piazze più celebrate del barocco siciliano, la cui “scena” è dominata dalla grandiosa facciata della Cattedrale, in vetta alla poderosa scalinata a tre rampe. All’inusuale ampiezza della facciata, non senza assonanze romane, si unisce l’improvvisa dilatazione che la piazza produce nell’allineamento viario, a sua volta in relazione con le strade in salita come via Nicolaci. Nelle improvvise "accelerazioni" prospettiche di questi spazi scenografici si possono leggere i segni della cultura, oltre che romana, anche europea che attraversano Noto.
La Cattedrale di San Nicolò, Noto
Festeggiamenti per San Corrado
 
La scalinata della Cattedrale – quasi una strada in salita come a Trinità dei Monti - si anima oltre ogni aspettativa, in occasione della festa del Santo patrono Corrado. Dal sagrato della chiesa ha inizio la suggestiva discesa dell’Arca d’argento con le reliquie del Santo, accompagnata dal "corteggio luminoso" dei “Cili”: grandi torce di cera terminanti in una coppa con incise le iconografie del santo. La tradizione dei Cili ha origine nel 1635 nell’antica Noto sul monte Alveria e tutt’ora la loro esibizione è uno dei simboli della grande festa che unisce nella memoria nuovo e vecchio sito. Al gran cordone multicolore, che affianca l’Arca cinquecentesca, fa da contrappunto la planimetria della piazza della Cattedrale che, imperniata sull’asse principale cittadino, appare invece espressione di una volontà ordinatrice, cui si uniformano tutti gli altri edifici: dal Palazzo Landolina, col suo elegante prospetto dalle linee manieristiche, a quello Vescovile, di gusto neo-classico e alla tardo settecentesca Chiesa del SS. Salvatore che culmina con la spettacolare torre cuspidata a quattro ordini di logge ad andamento curvilineo.
La Cattedrale di S. Nicolò è il risultato di due distinte fasi costruttive a partire dal 1693 e dell’opera di vari architetti che si succedono nel cantiere, tra cui Rosario Gagliardi dal 1727. Al tradizionale interno basilicale fa da contrappunto l’ampio prospetto scenografico caratterizzato da due ordini di colonne corinzie libere con accostate due alte torri-campanili. La cupola su alto tamburo fu soggetta a tre crolli: il primo nel 1760 (con ricostruzione di Stefano Ittar nel 1789) il secondo nel 1848 (con riedificazione in forme neoclassiche di Francesco Cassone nel 1872). Il terzo crollo nel 1996 ha interessato anche parte delle navate centrale e destra della chiesa, recentemente ricostruite insieme alla cupola. Il Palazzo Ducezio (1742 e il 1761) è segnato in facciata da un elegante portico continuo su tre lati, realizzato forse basandosi su alcuni disegni contemporanei di provenienza francese.
Chiesa di San Domenico, Noto
 
Lungo l’asse principale cittadino scandito da piazze si dispongono, su vari e diversificati livelli, alcuni tra i più importanti complessi religiosi di Noto, tra i quali spiccano oltre al SS. Salvatore, il San Carlo e il San Domenico, che colpiscono per la forza creativa e la concezione dinamica dello spazio. Il vasto complesso di San Carlo al Corso comprende l’ex collegio dei Gesuiti che, a differenza degli altri ordini religiosi, rinunciano dopo il 1693 al baraccamento provvisorio ed erigono direttamente la propria casa in muratura, già in costruzione nel 1699. La Chiesa costituisce una delle più scenografiche quinte architettoniche della città con tre ordini sovrapposti di colonne libere.
Il San Domenico è iniziato nel 1737, su disegno di Rosario Gagliardi, grande architetto della ricostruzione iblea. L’interno a croce greca allungata schiude al centro lo spazio luminoso della cupola, ma è il prospetto ad incantare rivelando una tale forza dinamica data dalla struttura convessa, memoria reinventata di chiese romane come San Carlo al Corso, che pare eccedere dilagando nello spazio urbano. Le masse e le possenti colonne libere sono le “protagoniste” del dinamismo architettonico del Gagliardi, come rivelano i disegni della collezione Mazza pubblicati interamente dal Centro Internazionale di Studi sul Barocco.
Studi di Rosario Gagliardi dalla Collezione Mazza
 
Per concludere: la ricostruzione offre soluzioni di altissima qualità che fa del Val di Noto un’area di punta del barocco europeo ed è l’occasione perché la sciagura si tramuti con sapienza in momento di sviluppo. Una lezione della storia.
Gennaio 2022
 
LUCIA TRIGILIA

Professore associato di Storia dell’Architettura Moderna nella Scuola di Architettura dell’Università di Catania e Direttore scientifico del Centro Internazionale di Studi sul Barocco, di cui è fondatrice. Ha coordinato il dossier scientifico per l’inserimento delle città del Val di Noto nella World Heritage List dell’Unesco e numerose iniziative editoriali ed espositive finalizzate alla migliore conoscenza e valorizzazione del patrimonio del Sei-Settecento. Autrice di molti saggi e volumi, dirige “Annali del Barocco in Sicilia”.