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La Festa dei Morti

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Laboratorio Artigianale Le Voglie All Ph. credits © Antonio Gerbino

La Festa dei Morti.

Zucchero, scheletri e patrofagia simbolica

 
Lumini accesi e tavole imbandite hanno popolato per svariati secoli le case, le strade e i cimiteri di Sicilia nelle lunghe “notti dei morti”. La tradizionale festa dedicata al culto dei defunti, il 2 novembre, affonda le sue radici in una storia altrettanto millenaria; ricorda e conserva rituali pagani, come dal mondo romano, e li stringe alla cultura cristiana, così come spesso avviene dentro i complessi fenomeni demoetnoantrologici. Raccontare dunque, le origini lontane di una tradizione molto sentita nell’isola, equivale ad aprire una finestra verso l’ethos siciliano e riscoprire quei racconti affascinanti e tremendi che, talvolta, lo caratterizzano.
Al centro di tutto vi è la Morte e il rapporto che il popolo siciliano ha stretto con essa. Non una fine eterna, ma forse uno “stato” della vita verso cui non si smette di guardare, con cui è possibile stabilire contatti.
Ph. Davide D'Orazio

Il 2 novembre è quindi il racconto siciliano del delicato equilibrio fra il mondo dei vivi e quello dei morti cui è concesso, durante il tempo di una notte, di mescolarsi. E forse anche di “mangiarsi a vicenda”. Dietro il ricordo delle più celebri tradizioni culinarie e dolciarie, come i “pupi di zuccaro” e “l’ossa dei morti” sostituiti dai più recenti giocattoli, dati in dono ai bambini, si cela un profondo significato di fusione, che è passato attraverso il cibo e che racconta una storia di patrofagia simbolica.
L’origine della festa, come noto, è legata ai secoli dell’Altomedievo, quando la Chiesa accettò di includere fra le feste cristiane rituali difficili da sradicare. Fra il IX e il X secolo, e in particolare con l’abate benedettino Odilone di Cluny, la Chiesa latina accettò la sfida di controllare usi e costumi inerenti al culto dei morti, al culto della carne e dei corpi, di fatto estranei ai suoi principi. Non poche sono le notizie che, dal mondo carolingio in poi, raccontano una perpetuazione delle credenze e superstizioni romane; il ritorno dei morti sul piano dei vivi, in particolari momenti dell’anno legati al “buio astronomico”, il pericolo che potessero cibarsi dei cari cui facevano visita. Particolari erano poi le usanze franche di cui si ha ancora memoria sulla sepoltura dei bambini che in specifiche condizioni venivano seppelliti direttamente sulla nuda terra e qui “ancorati” mediante l’utilizzo di arnesi per evitarne il viaggio di ritorno.
E in questo turbinio di credenze il cibo rituale, offerto ai morti, ha sicuramente svolto un ruolo essenziale, perpetuando gesti noti del mondo antico. Le libagioni omeriche, le oscilla appese dai romani davanti alle proprie abitazioni in offerta ai Lari, o il mito di Proserpina, legata al mondo di Ade da un chicco di melograno.

 
Ritornando a tempi a noi più vicini, sebbene la ricorrenza del 2 novembre sia a carattere universale, è indubbio come in Italia sia la Sicilia la terra della festa dei morti, svelando ancora una volta quel carattere stratificato delle sue tradizioni, in cui l’archeologia, l’arte e le tradizioni popolari si uniscono in un unico canto.
L’area del siracusano, in particolare, è stata caratterizzata da una tradizione forte e specifica come testimoniato dal patrimonio, materiale e immateriale, raccolto dentro la Casa Museo di Antonino Uccello a Palazzolo Acreide, o la rete dei quattordici “Ecomusei degli Iblei”.
Protagoniste sono state le comunità agropastorali e quei “pani e dolci” (ricordando Antonino Uccello) confezionati per cibare l’anima dei vivi e dei morti, fatti di sostanza ma soprattutto di forma. Ed è così che è possibile ricostruire il valore magico riconosciuto al cibo attraverso il formato, “iconico o aniconico”. Se per i morti, guidati dai lumini accessi, venivano imbandite nelle case tavole ricche e abbondanti perché potessero sfamarsi senza arrecare danno alcuno ai vivi, anche questi ultimi avevano bisogno di entrare in comunione con loro. L’importanza del contatto diretto e fisico è testimoniata in diverse occasioni dalla fede popolare, come per gli “abitini”; allo stesso modo dunque, il cibo e la sua consumazione erano in grado di soddisfare il desiderio di “ritoccare” i morti. Ciò poteva avvenire consumando cibi con forme umane. Le marmellate di mele cotogne, le ossa dei morti, a forma di tibie, i totò*, bianchi e neri, erano il mezzo attraverso cui potesse avvenire simbolicamente il gesto di “mangiare i padri”, di compiere quel rito di patrofogia simbolica, appunto.

 
Curioso è ricordare le sagome delle più antiche formelle di marmellate in cui fra Santi e Madonne, potevano essere raffigurati arti, come un piede o una piccola mano. E anche una semplice mano può raccontare così il profondo significato sacro delle forme: parte di un corpo da mangiare capace di ricordare il gesto benedicente dei Santi, cui forse nel culto familiare cristiano e magico delle comunità, venivano assimilati i morti “santificati”. Del resto anche i reliquiari, soprattutto quelli medievali, hanno restituito potenti iconografie raffiguranti “parti” dei Santi, venerate e custodite nei luoghi di culto e poi riprodotte ancora una volta sulle tavole popolari, come le celeberrime “minnuzze di Sant’Agata” o i biscotti con “gli occhi di Santa Lucia”.

Ci è sembrato bello corredare l’articolo con le foto dei totò, dolce simbolo della festa dei morti a Siracusa, anche per rendere omaggio all’arte dei maestri pasticceri, autentici artigiani del gusto che custodiscono gelosamente un ricco patrimonio di saperi e il mestiere delle mani. Il Laboratorio artigianale Le voglie di Siracusa, che ha concesso al nostro direttore di effettuare le riprese, ci ha descritto anche gli ingredienti. Totò bianco: farina, zucchero, strutto, latte e limone; totò nero: farina, zucchero, cacao, latte, cannella e rum. Ma il segreto per renderli irresistibili, morbidamente delicati e dal profumo inebriante al palato non siamo riusciti a scoprilo.

Un sapere popolare che scorreva parallelo ai grandi fenomeni culturali dell’Isola; così mentre nel XV secolo a Palermo prendeva vita il “misterioso” affresco del Trionfo della Morte oggi conservato nel Museo di Palazzo Abatellis, a Noto e in altre città dell’Isola i morti si portano in processione. È del 1553 una visita pastorale presso la chiesa del Crocifisso della scomparsa Noto Antica, con cui il vescovo di Siracusa faticava perché alcune macabre pratiche venissero abbandonate:
“è proibito di uscire li morti dalle loro tombe e portali in processione”
Forse anche a Noto come a Messina nel corso del Cinquecento, le ossa de morti si ribollivano sul sagrato delle chiese, per ricordare quanto importante fosse quel contatto diretto veicolato dal gesto del mangiare.
Tradizioni del passato che resistono in gesti compiuti oggi quasi inconsapevolmente; un invito allora potrebbe essere quello di sedersi comodi e gustare un tipico biscotto al miele, confezionato per l’occasione nell’area del siracusano, e pensare alla sua straordinaria somiglianza con i tesori funebri della Castelluccio di Noto. Un morso che equivale ad un tuffo nel patrimonio culturale siciliano che dalla Preistoria può farci viaggiare fino alla appena spenta età dei contadini degli Iblei.
Novembre 2021
© Ph. Antonio Gerbino (12)
© Ph. Antonio Gerbino (4)
 
Ph.Vittoria Gallo
Ph. Vittoria Gallo
 
LUANA ALIANO

Insegna Storia dell’Arte, è Presidente dell’Associazione SiciliAntica per la provincia di Siracusa. Si è occupata di formazione e di didattica applicata ai beni culturali, ha lavorato in un Museo Etnografico a Noto, è stata cultore della materia nella Facoltà di Architettura, ha curato diverse pubblicazioni sul tema dell’innovazione tecnologica applicata ai beni culturali. Non poteva che scrivere per SiracusaCulture.