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La Fonte Aretusa

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All Ph. © Vittoria Gallo

La Fonte Aretusa

 
Perché Siracusa nasce qui, in questo lembo di Sicilia?
Per l’entroterra fertile certo, così come per lo straordinario porto che, nelle parole di Omero, permetteva di arrivare e sostare senza bisogno di gomene, e per il fiume Anapo che conduce verso l’altopiano e il mondo siculo. Ma anche per la fonte Aretusa, una sorgente naturale di acqua dolce che, per questo, divenne uno dei simboli della città antica; un luogo simbolico, talmente importante da trasformarsi in mito, elemento immateriale in grado di conferire ulteriore lustro e nobiltà alla pòlis unendola, con il filo del racconto, alla madrepatria Grecia.
Chi è Aretusa? Ninfa, ancella di Artemide, amata di un amore non corrisposto dal giovane pastore Alfeo che la segue e la rincorre giorno e notte, preda del desiderio, trasformando il suo sentimento in un vero e proprio tormento per la povera Aretusa che, stanca di fuggire, implora l’aiuto di Artemide.
O dea splendente, che spesso mi desti le frecce con l’arco e il turcasso perché li serbassi, non mi abbandonare! Salvami da questo rapace sparviero che sta per raggiungermi
Alfeo la perde di vista, avvolta com’è da una nuvola mandata sulla terra da Artemide e che la cela ai suoi occhi, ma non per questo smette di cercarla.
La Fonte Aretusa

"Ed è così che Cicerone la descrisse: “una fonte incredibilmente grande, brulicante di pesci, che le onde sommergerebbero se non fosse protetta dal mare da un muro di pietra”.

Aretusa! Aretusa! Mio amore diletto, dove ti celi? Perché mi respingi? Non vedi con quanta passione ti invoca il mio cuore?” Sarà ancora una volta Artemide a intervenire: Aretusa verrà trasformata in acqua che scompare in una fessura del terreno e riapparirà come sorgente nella lontana Sicilia.
Mossa a tenerezza per me, aprì la terra e io entrai in quella benigna fessura e sparii. Viaggiai sottoterra, vidi caverne e cunicoli bui, attraversai il fiume degli inferi, lo Stige. Giunta in Sicilia, uscii a rivedere la luce del sole.”
Ma Alfeo non ha pace: piange calde lacrime per la sua amata perduta muovendo gli dèi a compassione finché viene trasformato in fiume che sprofonda nel sottosuolo di Grecia per poi riemergere, attraversando il mare Jonio, accanto alla sua amata.
"E allora i figli del cielo lo cambiarono in fiume. Egli sprofondò sotto i fondali marini, spinto dall’ardore del suo amore per me vagò sottoterra cercandomi, finché, infine, giunse fino a Siracusa. Sull’isola di Ortigia mi trovò, e poté mischiare le sue acque con le mie. Siamo ancora qui, io e Alfeo, se guardi bene puoi vederci stretti in un abbraccio che sfida il tempo."
Narrava la tradizione antica che una coppa, gettata nelle acque del fiume Alfeo in Grecia, riappariva poi nella fonte Aretusa, prova della continuità esistente tra Siracusa, la madrepatria e, lambita dal fiume, la sacra Olimpia.

 
Le sue acque si raccolgono, in realtà, tra le fessure superficiali dell’altopiano degli Ibléi, attraversano strati di roccia vecchi di milioni di anni e si uniscono formando rivoli sempre più grandi e scorrendo sotto le antiche case d’Ortigia e i monumenti senza tempo, per poi rivedere la luce nel porto Grande.
Un tempo la sorgente sgorgava direttamente tra le rocce che delimitavano il margine orientale della vasta baia, mescolando quasi immediatamente le sue dolci acque con quelle salate del mare.
Con la fondazione della città essa venne protetta da un muro ed è così che Cicerone la descrisse: “una fonte incredibilmente grande, brulicante di pesci, che le onde sommergerebbero se non fosse protetta dal mare da un muro di pietra”.
Quel muro non esiste più. Le sue acque sono state incanalate e, intorno a esse, è stato realizzato uno spazio circolare, quasi un occhio con cui l’isola di Ortigia guarda verso il cielo, tuttavia ancora adesso, guardando con attenzione nelle giornate in cui il mare è più calmo, si scorgono le acque dolci incunearsi nel porto, quasi galleggiando e disegnando in superficie una specie di nuvola, prima di mescolarsi con le sue acque salate, più dense e pesanti.

 
Nello specchio d’acqua, tra le piante di papiro che oggi la adornano, guizzano céfali dal ventre argenteo, esattamente come avveniva più di duemila anni fa quando ne scriveva Cicerone, affermando che fossero sacri ad Artemide e perciò intoccabili.
Le anatre sono anch’esse entrate a far parte della sua storia: goffe camminatrici sul perimetro di pietra, agili ed eleganti nuotatici in acqua, sono chiamate familiarmente “papere” dai siracusani e sono talmente parte della fonte Aretusa che essi, affettuosamente, le citano nel nomignolo in siciliano che le hanno dato: Funtàna dde Pàpiri.
La fonte Aretusa, un luogo dove mito, storia e natura si mescolano e si incrociano, dove all’ombra delle pareti che lo circondano, cresce il capelvenere che con le sue piccole foglie ricorda i capelli riccioluti delle donne greche, che un tempo si affacciavano su di essa.
Un ecosistema fragile, che si regge sul filo dell’equilibrio: né troppa acqua, né troppo poca, con il mare che non deve mai invadere troppo il piccolo bacino perché potrebbe nuocere alle piante di papiro causandone la morte e che richiede cura e dedizione continua affidate dal Comune di Siracusa a una società di servizi che ne garantisce anche la fruizione per il pubblico.
Aprile 2021
 
SALVATORE CHILARDI

Archeozoologo e paleontologo, laureato in scienze e specializzato in beni culturali. Studia il rapporto tra uomini e animali nelle società del passato come risorsa economica, alimentare, simbolo sociale e rituale. Avido lettore di storia e dei classici della letteratura greca e latina, ma anche di saggi di astrofisica e meccanica quantistica, vive perennemente in equilibrio tra il mondo dei numeri e quello delle lettere…e scrive per SiracusaCulture.
Collaborazione al testo di Valentina Corsale e Daria Di Giovanni.
 
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