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I Palazzi Comunali di Siracusa e Noto

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Ph. © Eliseo Lupo

Un processo di differenti investimenti simbolici?

I palazzi comunali di Siracusa e di Noto.

 
Le sedi istituzionali civiche di due dei maggiori centri della Sicilia orientale, Noto e Siracusa, sono generalmente note con una denominazione che, divenuta elettiva parecchi decenni fa, mantiene ancora uno status elevato. Nella scelta di evocativi nomi di persone, ma direi anche nella partitura sillabica e nell’articolazione fonetica, i palazzi Vermexio e Ducezio evidenziano primi sostanziali parallelismi. La relazione però è ancora più profonda.
Palazzo comunale "Vermexio" a Siracusa
Palazzo comunale "Ducezio" a Noto.
 
Entrambi gli appellativi sono abbastanza recenti, entrambi sono stati suggeriti da libri e da ricerche di studiosi locali. Non ho potuto compiere ricerche dirette sulle deliberazioni comunali ma appare evidente che la scelta sia stata guidata dal testo, pubblicato da Giuseppe Agnello nel 1959, sui maestri Vermexio e sul ruolo di Giovanni come capomastro del Senato. Di fronte al nome di un architetto che addirittura avrebbe firmato il palazzo, scolpendovi una lucertola sul paramento, il tributo onomastico sembra in qualche modo obbligato.
Non è apparso sufficiente, o forse troppo complicato, riprendere la definizione iniziale con cui il palazzo in costruzione era documentato negli atti ufficiali del primo Seicento: “Bolettero”, ossia “Bouleuterion”. Se l’intenzione retorica di un “rinascimento” della città greca svelava la preponderante carica ideologica sottesa, non meno problematico è il nome attuale. Gli studi hanno lentamente messo in discussione tutta l’impalcatura documentaria (non i singoli documenti) che Agnello ha prodotto per costruire i suoi eroi e le sue attribuzioni. Oggi sappiamo che i Vermexio sono certamente esistiti, Giovanni era un ottimo capomastro con grandi qualità tecniche e di guida del cantiere, ma difficilmente ha svolto il ruolo di progettista. Da nessuna parte esiste la certezza che la lucertola fosse la sua firma (e perché poi?). La storia si presta spesso a vari tipi di legittimazione ma in questo caso specifico il palazzo ha preso il nome di un capomastro del Senato che ha guidato per un certo periodo il cantiere e che “casualmente” era anche il fratello dell’appaltatore, generando conflitti di competenze emersi già durante la fabbrica.
"Prospetto del Palazzo Senatorio di Siracusa" Sac. Ant. Bova Sculp.
 
Altrettanto letteraria è la scelta di battezzare il palazzo comunale di Noto con il nome di un mitico condottiero siculo come Ducezio. In questo caso, la scelta di ricorrere a un eroe degli albori di una storia secolare venne definitivamente indirizzata dallo studio del 1894 di Giuseppe Cassone, proprio mentre il fratello ingegnere e architetto provava a progettare la sopraelevazione dell’edificio. In questo caso il cortocircuito con le intenzioni iniziali di chi aveva promosso la costruzione e approvato il progetto appare ancora più singolare.
Da una verosimile testimonianza ottocentesca, il disegno del palazzo venne portato da Montpellier a Noto nella seconda metà degli anni Trenta del Settecento, per tramite del barone Giacomo Nicolaci. Il capomastro Vincenzo Sinatra, con un ruolo del tutto analogo a quello di Giovanni Vermexio, ne seguì e guidò la costruzione, in piena sintonia con l’architetto Rosario Gagliardi (e dopo questa riuscita collaborazione nel 1745 ne avrebbe sposato la nipote).

Palazzo "Vermexio" a Siracusa
Palazzo "Ducezio" a Noto

 
A differenza delle ambizioni siracusane di costruire un nuovo Bouleuterion, a Noto si era scelto di puntare decisamente sulla modernità. Oltre alla diversificazione della conformazione delle stanze e alla loro decorazione (aspetti che rimandano ancora alla cultura architettonica francese), il palazzo presenta un tour de force di sperimentazioni geometriche e tecniche, con archi e volte in curva. L’architettura dell’edificio più rappresentativo della città si prestava a esibire una sorta di campionario di abilità costruttive contemporanee, si orientava cioè a prendere posizione negli annosi dibattiti sulla presunta superiorità di moderni e antichi. Insomma, nell’ardito esercizio costruttivo, teso ad affermare il primato della modernità (essenziale in una città nuova e senza storia) rispetto alla retorica antiquaria, si celava una esigenza del tutto opposta a chi ha pensato di battezzare il palazzo nel nome di Ducezio.

Sala Degli Specchi, Palazzo comunale, Noto.

 
Come è già accaduto nel corso dei secoli i palazzi comunali hanno concentrato le attese simboliche di intere comunità e delle varie generazioni che si sono succedute. Si tratta forse di casi limite, ma riconoscere l’esistenza di un flusso carsico di intenzioni e di punti di vista addirittura opposti serve per diffidare di ogni pretesa di oggettività nelle spiegazioni e nel racconto del nostro territorio.
Marzo 2021
 
ROSARIO MARCO NOBILE

Phd in Storia dell’Architettura e dell’Urbanistica presso il Politecnico di Torino, è professore ordinario di Storia dell’Architettura presso il Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo. Nel 2015 è stato Visiting Professor presso I Tatti "The Harvard University Center for Italian Renaissance Studies". Autore di numerosi saggi, articoli su riviste e monografie sull'architettura di età moderna, dal 2014 al 2017 è stato presidente dell'Associazione Italiana degli Storici dell'Architettura (AISTARCH).