Giuseppe Voza – un manifesto

Daniele Aliffi
Aprile 15, 2021
Feste Archimedee
Aprile 15, 2021
© Ph. Antonio Gerbino

Giuseppe Voza. Un manifesto per la tutela

 
Avere incontrato Giuseppe Voza ha influenzato non poco l’idea di far nascere SiracusaCulture. Vivere a Siracusa o visitare la città e il suo territorio, incantarsi di fronte al suo paesaggio culturale, non sarebbe lo stesso se lui, archeologo poco meno che trentenne, non avesse lasciato Paestum per venire a lavorare in Sicilia e non si fosse stabilito a Siracusa, di cui oggi è cittadino onorario e Soprintendente emerito dei beni culturali. Prima di lui e insieme a lui, altri grandi archeologi hanno abitato e lavorato in quelle contrade, ma la storia ha voluto che lui lo facesse nel momento in cui pressioni urbanistiche forti e prolungate e processi di industrializzazione scriteriati minacciavano di sfregiare in modo irreversibile un patrimonio unico al mondo. Del suo eccezionale operato trovate i segni grandiosi nel Teatro greco, nella Villa del Tellaro o a Pantalica, ma vi siete mai chiesti perché ogni tanto trovate uno scavo archeologico che vi sembra secondario, magari un po’ trascurato ma comunque conservato e protetto, alle spalle del Santuario, vicino a una strada piena di auto o circondato da palazzi? Sono le tracce del pressante e irrinunciabile desiderio di Giuseppe Voza di salvaguardare il paesaggio urbano antico «per quello che si poteva fare, per quello che si poteva conservare e per quello che si poteva soprattutto tramandare». Vi siete chiesti perché la Piazza del Duomo di Siracusa è una delle piazze più belle al mondo? Perché Siracusa ha avuto Giuseppe Voza come Soprintendente, uno che per difendere le ragioni della ricerca e della tutela ha sfidato persino un Vescovo nel giorno di Santa Lucia!
Pubblichiamo qui un pezzo di una sua intervista inedita, quasi un «manifesto» di valori che facciamo proprio integralmente.
Sergio Grasso, aprile 2021
© Antonio Gerbino
© Regione Siciliana PH. Giuseppe Mineo

 
Con la vastità di questo progetto che interessò tutte le città greche della costa orientale della Sicilia per capire l'organizzazione della città antica nelle sue varie fasi, da quella arcaica fino a quella ellenistica, certamente gli impegni della tutela si centuplicarono. Se si voleva applicare la Costituzione che all'articolo 9 fa un chiarissimo esplicito riferimento alla tutela del paesaggio e alla tutela del patrimonio storico artistico, se si voleva applicare la legge del 1939 che dà chiare indicazioni sul tipo di tutela che si può esercitare, cioè la cosa propria archeologica e l'ambiente che lo circonda, era doveroso impegnarsi in una titanica operazione di difesa e di vincoli che si imponevano dopo il successo delle ricerche di tipo urbanistico eseguite nelle colonie greche che prima ho citato.
Da parte di Bernabò Brea, di Paola Pelagatti e poi per circa 40 anni da parte mia, da Naxos a Lentini, da Megara Hyblaea a Siracusa, fu un succedersi di imposizione di vincoli per tutelare quanto messo in luce, per ampliare le ricerche e per tutelare il paesaggio urbano antico così come le scoperte ce lo avevano messo sotto gli occhi. In quel periodo a Siracusa mi capitò di vincolare ed espropriare circa 2 milioni di metri quadri intorno alle mura dionigiane per tutelare non dalle prossime aggressioni, ma dalle continue pressioni urbanistiche che in quel momento affrontavano decisamente quei luoghi, per bloccare soprattutto il processo di industrializzazione dalla parte Nord che arrivava ormai nelle immediate prossimità. Se non lo avessi fatto, gli impianti del petrolchimico sarebbero arrivati addirittura a lambire quella straordinaria testimonianza archeologica.
Per fortuna siamo riusciti nell’intento e siamo riusciti a pensare all’eterno valore che hanno anche le parole di Tomasi di Lampedusa, il quale negli anni Cinquanta del Novecento, prima dell'aggressione industriale, guardando quei luoghi e assistendo alla prima imposizione delle prime fabbriche industriali diceva “ma come la Sicilia ha volto le spalle in queste aree alla vocazione di queste zone che erano volte a fare da pascolo agli armenti del sole”. Parole bellissime di chi pur non conoscendo Megara Hyblaea, non avendo visto gli scavi di Thapsos, non avendo assistito al moltiplicarsi di quelli che erano i valori archeologici, scriveva come da quest'area, da questo punto si può vedere come alto e possente si erge il gigante dell'Etna e si seguono le acque nel mare che hanno il colore dei pavoni. Ecco, questo è il tesoro ambientale di cui abbiamo saputo coscientemente fare a meno.
Abbiamo cercato di limitare il danno, ma è chiaro che Megara Hyblaea è nella morsa delle industrie anche se tutto il territorio circostante, non colpito dall'edilizia moderna, ha permesso una ricerca archeologica senza barriere per scoprire la città. E Thapsos, brutalizzata da una fabbrica che produceva non profumi della terra ma bromuri, estratti dal mare dando un colpo di machete a tutto quello che era paesaggio. Ecco sì, siamo riusciti a salvarli ma con molto dolore. Fare questo tipo di difesa in territorio strettamente urbano, al centro di Siracusa fra il porto piccolo e il teatro greco, è stato molto più difficile, ovviamente, perché quotidianamente si aveva a che fare con chi voleva evitare il vincolo, voleva costruire, voleva abusivamente interpretare la possibilità di vivere in questa città ed è stato un percorso difficile con tante angosce ma certamente con pressante e irrinunciabile desiderio di difendere un territorio per quello che si poteva fare, per quello che si poteva conservare e per quello che si poteva soprattutto tramandare. Queste esperienze, questi risultati abbiamo cercato di consegnarli nel museo Paolo Orsi, narrando anche le vicende che rappresentavano la trasformazione del territorio. Speriamo che a chi ci ascolta, soprattutto ai giovani, alle generazioni future, questo possa servire.
Ottobre 2017
 
GIUSEPPE VOZA

Soprintendente emerito dei beni culturali di Siracusa. Torri del Vento Edizioni ha di recente pubblicato il volume Siracusa, la Sicilia, l’Europa. Scritti in onore di Giuseppe Voza.