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La Stagione del Barocco

Il Museo del Papiro
Febbraio 19, 2021
Eugenio Vazzano
Febbraio 28, 2021
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All photos © Chiesa di Santa Sofia, Sortino

L’eccezionale stagione del barocco dopo il terremoto del 1693

 
Le architetture barocche del Val di Noto “nei loro movimenti, nel loro ondeggiare e traballare a guisa di mare, nel loro gonfiarsi e vibrare come vele al vento sembrano la rappresentazione stessa del terremoto: la distruzione volta in costruzione, la paura in coraggio, l’oscuro in luce”. Queste parole di Vincenzo Consolo sono estremamente efficaci per descrivere da un lato l’orrore e dall’altro la bellezza indotta dalla rinascita dopo il terremoto del 1693.
Se ci si chiede a cosa sia dovuta la straordinaria fioritura del barocco nella Sicilia sudorientale, con le sue scenografiche piazze e le architetture fastose, i ricchi apparati scultorei e le teatrali facciate da cui si mostrano per stupire angeli, sirene e santi, mostri e mascheroni, la risposta sta nell’evento che ha forse colpito di più la memoria collettiva dei siciliani: il terremoto del 9 e 11 gennaio 1693 di cui ricorre quest’anno il 328° anniversario.
 
Scrive Antonino Mongitore nella sua Istoria cronologica de’ terremoti di Sicilia: “Il giorno di venerdì 9 gennaio nell’ora quarta della notte tutta la Sicilia tremò dibattuta da terribile terremoto. Nel Val di Noto e nel Val Demone fu più gagliardo, nel Val di Mazzara più dimesso […] ma la domenica 11 dello stesso mese, circa l’ore 21, fu conquassata tutta la Sicilia con violentissimo terremoto, con la strage e danno mai accaduti maggiori ne’ secoli corsi”. Da una lettera del conte Domenico Lacorcia apprendiamo che la scossa del venerdì si fece sentire “per lo spazio di due pater noster” e che la replica, più violenta, fu avvertita per il tempo “di una litania cantata”. Da una nota del Vescovo di Siracusa Francesco Fortezza apprendiamo che dei 64 monasteri della diocesi solo tre sono rimasti in piedi, mentre “gli altri si trovano tutti a terra”. Secondo una stima dei Senatori di Siracusa inviata al Consiglio Supremo d’Italia a Madrid sono “rovinati e demoliti in tutto: 2 vescovadi, 700 chiese, 22 collegiate, 250 monasteri, 49 città, defunti n. 93.000”. Per tutto il mese di gennaio continuano ad avvertirsi scosse. Circa 1500 furono le repliche, che secondo alcuni autori continuarono per tutto il 1693 con varia intensità, e anche durante l’anno seguente, provocando ulteriori danni.
La città di Noto prima del terremoto del 1693
Dalle cronache e dalle descrizioni diffuse subito dopo il sisma si ha l’idea di un enorme disastro “un’immagine del giudizio finale”, interpretato per lo più dai contemporanei come suprema punizione divina per le colpe degli uomini. “Memorare terremotu et non peccabis”, leggiamo in uno dei documenti della diocesi successivi al gennaio 1693, un monito per tutta la popolazione invitata a contribuire con propri fondi alla ricostruzione. Anche il governo spagnolo e l’aristocrazia fecero la loro parte e la rinascita poté qualificarsi come sforzo corale della società, come senso di comunità. Il Val di Noto diventa così il più grande cantiere della storia dell’umanità e un laboratorio internazionale dei modelli del barocco, che qui raggiunge l’apice della sua straordinaria fioritura finale. Non si tratta tuttavia per le circa 50-60 città, piccole e grandi, danneggiate o rovinate, di una ricostruzione dovuta esclusivamente a danni reali. In alcuni casi, come mi è stato possibile dimostrare, le circostanze offrono l’occasione per avviare una estesa opera di modernizzazione dell’immagine urbana. Esistono sufficienti elementi, emersi dagli archivi, per affermare come non sempre si riscontri una corrispondenza tra danni dichiarati e reali in rapporto alla vastità della ricostruzione intrapresa e come non di rado la sciagura abbia saputo tramutarsi in occasione di sviluppo, grazie all’azione delle classi dirigenti del tempo, affiancate da valorosi architetti, ingegneri, capimastri e artigiani, veri protagonisti di una rinascita di altissima qualità. Gagliardi e Vaccarini, Palma, Picherali e Battaglia, Ittar e Vasta, gli Alì e i Cultraro e tanti altri hanno lasciato il segno in un’architettura che mostra un grande senso del movimento e dello spazio, tratti che la riconducono ai modelli romani e internazionali del barocco, ma al contempo rivelano una eccezionale ricchezza decorativa, che induce a infondere gioia e stupore in chi guarda. È “del poeta il fin la meraviglia” recita Giovan Battista Marino sommo poeta del Seicento. I giochi e i capricci del barocco sono il segno di una cultura in cui il simbolismo e l’allegoria apotropaica rimandano ad etimi antichi e al simbolo stesso che identifica la Sicilia: la Gorgone.

nei loro movimenti, nel loro ondeggiare e traballare a guisa di mare, nel loro gonfiarsi e vibrare come vele al vento sembrano la rappresentazione stessa del terremoto: la distruzione volta in costruzione, la paura in coraggio, l’oscuro in luce

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"Sortino diruta"
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La nuova città di Grammichele
 
Il Val di Noto riesce ad attrarre durante la rinascita manodopera dal Sud dell’Italia e da Malta; dalla Calabria molti capimastri si trapiantano con le proprie famiglie nell’area all’epoca più ricca di offerta di lavoro. La ricostruzione offre insomma l’occasione per dare una svolta alla crisi economica della fine del Seicento attraverso il forte impulso dato all’edilizia. Tutto ciò è favorito dal fatto che la rete di centri urbani della regione sudorientale della Sicilia all’indomani del terremoto ha ereditato dall’epoca medievale un tessuto abitato mantenutosi per secoli pressoché intatto, all’insegna di una relativa continuità architettonica, con città non di rado in cima a montagne e con tessuti viari angusti e poco sicuri. Sembra allora giunto il momento per quella società urbana appena sfiorata dalle grandi trasformazioni che avevano già investito i maggiori centri dell’Isola come Palermo e Messina, per imporre una riconfigurazione d’insieme delle città nel segno dei nuovi modelli della cultura barocca.
La morfologia urbana ereditata dal passato avrebbe consentito in molti casi solo operazioni puntuali di riparo, ma l’occasione che si presenta consente ora di realizzare audaci riconfigurazioni e addirittura la rifondazione in altro sito di alcune città tra cui Noto, Avola e Grammichele, lo sdoppiamento di alcune: Ragusa e Palazzolo, lo slittamento di altre come Scicli e Modica, la ricostruzione in situ di molte altre ancora come Siracusa, Caltagirone e Catania. Il moderno piano di rinascita di Catania suggerisce poi la volontà di volersi dotare di precisi accorgimenti antisismici, come pure altri centri rivelano, adottando una ricostruzione che mette in campo la bellezza degli scenografici ambienti urbani e delle ampie piazze con l’adozione nell’architettura di primi presidi in grado di contrastare “dio non voglia” altre scosse. D’altra parte è ormai cambiato il rapporto tra religione e scienza e gli architetti e capomastri del Val di Noto ne sono consapevoli, avviando una cultura del costruire che sarà un modello anche per altri sismi di altre aree. Una lezione della storia da condividere.
Gennaio 2021
 
LUCIA TRIGILIA

Professore associato di Storia dell’Architettura Moderna nella Scuola di Architettura dell’Università di Catania e Direttore scientifico del Centro Internazionale di Studi sul Barocco, di cui è fondatrice. Ha coordinato il dossier scientifico per l’inserimento delle città del Val di Noto nella World Heritage List dell’Unesco e numerose iniziative editoriali ed espositive finalizzate alla migliore conoscenza e valorizzazione del patrimonio del Sei-Settecento. Autrice di molti saggi e volumi, dirige “Annali del Barocco in Sicilia”.